Tutto era stato azzerato. Tutto, quindi, era possibile. (da “Metropoli” di Massimiliano Santarossa)

copertina Metropoli Massimiliano Santarossa

 

Tutto era stato azzerato. Tutto, quindi, era possibile.

Il primo capitolo di Metropoli (“Uno”), alla terza pagina del romanzo di Massimiliano (“Max”) Santarossa, finisce con queste parole. Credo di averlo letto tre volte, prima di proseguire. Non è una frase da poco: tutto azzerato, tutto possibile. Me lo sono immaginato, nella mia vita. Che straordinaria vertigine.
Ho letto Metropoli poche pagine per volta, poche frasi, a volte. Ci ho fatto un pezzetto di strada, da fine settembre a oggi.
Metropoli è la faccia nuda delle cose, spogliata degli orpelli che ci distraggono. Spogliata del consumo, delle abitudini vuote dei giorni, del modo di usare il denaro per stordirsi. Poichè non c’è denaro a Metropoli, non c’è neppure il vuoto divertimento di spenderlo senza senso. E resta l’essenza dei giorni tutti uguali.
Metropoli è la vita, quel che ne resta se non ti distrai, quella vita a cui eviti di pensare. O anche, Metropoli è la non vita. Un binario senza scelte. Metropoli siamo noi.

Per me, romanzo distopico o meno (così viene definito dalla critica), Metropoli è oggi. Metropoli è quando siamo qui, contenti di metterci in fila, di aspettare un sabato per ubriacarci e non pensare, o di aspettare il giorno dello shopping, e cercare di porre rimedio alla nostra infelicità. Quando crediamo che, non solo non ci sia altro da fare, ma questo sia proprio il modo giusto di vivere, di essere, contenti di stare nei binari. E mentre io mi chiedo se stiamo qui per questo, leggo, e vedo Metropoli e i suoi cittadini senza nome, numeri votati a una causa, che esistono solo in funzione di quella.

Max Santarossa_Metropoli Tour_Cordenons

Max Santarossa al “Metropoli Tour” a Cordenons (PN)

Ieri, a una bella conversazione del “Metropoli Tour” a Cordenons, Max diceva “non posso pensare di essere solo un numero di bancomat”. Una tessera del bancomat per la mia banca, una tessera sanitaria, un numero di matricola… qualcuno da tenere solo in quanto è utile. Tanto che a Metropoli, nell’estrema rappresentazione di quel mondo, tu esisti solo in quanto sei utile a produrre qualcosa: o sei utile, o non sei più… e allora vieni “terminato”.
Non è molto diverso dall’essere una “risorsa” utile a uno scopo, che sia di produzione, consumo, immagine…

Lo fissava. Lui non riuscì a dire nulla. Dopo un interminabile istante, lei parlò.
“Come ti chiami?”
“Cittadino numero 5.937.178.”
“No. Ho chiesto come ti chiami tu. Non come ti hanno numerato loro.”
“Marcus.”
“Io sono Sofia.”

Così semplice. Un nome, non un numero. La semplicità può avere una tale forza.
Non voglio togliere a chi lo leggerà il piacere di arrivare all’ultima pagina e scoprire le frasi che concludono il romanzo, brevi e intense. Vale la pena, arrivare fino in fondo.
Perchè, se Metropoli siamo noi, non è detto che dobbiamo restarlo.

Massimiliano Santarossa autoritratto

Massimiliano Santarossa: autoritratto…

Grazie a Max Santarossa per questo piccolo viaggio. Aspetto il prossimo!

 

N.d.R. per quelli che (come me) non hanno troppa dimestichezza con la parola “distopico” – dal dizionario Treccani online:

distopìa2 s. f. [comp. di dis-2 e (u)topia]. – Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa): le d. della più recente letteratura fantascientifica.

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